Il disco si apre con un intro di circa un minuto che serve all’ascoltatore a preparare le
orecchie per ciò che verrà poi (“Crossroads of Mistery”), ovvero la prima traccia, che da una
collocazione alla band all’interno del panorama progressive rock-metal, come del resto già il
nome anticipava senza fare molti misteri.
La traccia, dopo una prima parte strumentale, che lascia ampio spazio di espressione ai
musicisti si acquieta ed introduce la voce che si pone al di sopra di una linea melodica
fornita principalmente dalle tastiere, con batteria e basso a ritmare, la chitarra rientra poi
nel pre-chorus, aumentando la tensione prima dell’apertura del ritornello. Si nota subito una
buona preparazione tecnica e compositiva, forse il cantato è lievemente al di sotto del resto,
non tanto per precisione (anche se qualche attacco e chiusura sono un po’ “scivolati”) quanto
per espressività. Chitarra e batteria sono le due componenti che più si sbizzarriscono, le
tastiere danno aria ed apertura al tutto, oltre ad un sostegno quando le linee armoniche sono
più intricate ed il basso, che purtroppo è un po’ sotto, per fortuna non si lascia andare ad
eccessi tecnici.
La seconda traccia “Remainder of Myself” ha un ritmo un po’ più sostenuto, con un sentore
quasi funky nel suo inizio, poi le testiere, adibite a pianoforte, le conferiscono un
carattere più fusion, un po’ in stile “Another Day, Dream Theater, in effetti le derivazioni
da questa band, forse la più nota per quanto riguarda questo genere sono molteplici, e credo
inevitabili, comunque bisogna dire che i Progressive Experience hanno messo al mondo
tutt’altro che una scopiazzatura, le capacità non mancano affatto.
Al terzo posto “Stream of Sensation” dall’inizio arpeggiato e vagamente strappa lacrime, non
proprio riuscitissimo, ma dopo poco il carattere prog torna, anche in modo eccessivo ed un po’
caotico. Bisogna però dire che i momenti strumentali ed atmosferici riescono comunque bene.
Di “Moments of Creation” segnaliamo solo che è il primo pezzo dal carattere totalmente power
ballad, abbastanza azzeccato, ma niente di più. Ci voleva comunque per rompere l’atmosfera.
Dopo una traccia strumentale in cui le influenze del gruppo che ha reso ancora più famosa la
Berkley Music Academy sono forse un po’ strabordanti, ed in cui si notano non senza dispiacere
le prime (e più o meno uniche) imprecisioni solistiche delle chitarre, troviamo “One Day
Wiser”, altro lentone, forse il meglio riuscito del disco, però probabilmente una collocazione
diversa all’interno del disco avrebbe dato maggior soddisfazione all’ascolto di questo brano.
In effetti i ritmi sostenuti (che un po’ ritornano con la traccia seguente) mancano
all’appello da diversi minuti.
In penultima posizione troviamo “Progressive Xperience pt. II il brano più corposo dell’intero
disco, quasi otto minuti e mezzo, non proprio semplici da seguire. Di sicuro questo è l’apice
del disco dal punto di vista di struttura e varietà, a scapito della memorizzabilità, oltre al
fatto che risulta ben poco diretto nel complesso. Di sicuro si tratta di un brano che merita
ben più di un ascolto, ma si ha la sensazione che questa band fatichi ad esprimere ciò che
vuole con poche “parole”.
In fine “Unlogical Dimension”, pezzo nettamente con parti nettamente più graffianti, un
feeling che la band non ha molto sfruttato. Un ritmo poco più elevato avrebbe dato al pezzo
una migliore resa, così appare quasi frenato. Bisogna dire che effettivamente è il pezzo più
adeguato a chiudere il disco.
Tirando un po’ di conclusioni, si vede che per le mani abbiamo una band capace, molto capace,
però ancora un po’ troppo derivativa da un gruppo in particolare e che in alcuni frangenti
appare leggermente indecisa, ci vorrebbe un po’ più di “coraggio” nell’esprimere sensazioni
diverse, alla fine questo forse è uno di maggiori pregi del progressive. Altra pecca, qua però
subentra maggiormente il gusto personale, è il fatto che i brani hanno una lunghezza media
intorno ai sei minuti circa e ciò li rende inevitabilmente poco diretti. Va benissimo la
complessità delle strutture, però bisogna anche fare in modo che passi un messaggio.
La tecnica è ottima da parte di tutti, c’è qualche pecca nel cantato, come già detto ed alcuni
imprecisioni in certi assoli di chitarra, ma questo può essere dovuto a vari fattori e non
adombra, se non di un minimo, la qualità complessiva.
Recensione di Lorenzo Canella
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