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Opeth - "Ghost Reveries" (Roadrunner/Universal)

Line up:

Mikael Åkerfeldt - Guitars, Vocals
Peter Lindgren - Guitars
Martin Lopez - Drums
Martin Mendez - Bass
Per Wiberg - Keyboards
 

voto:

9
 

recensione

Avevamo lasciato gli Opeth 2 anni fà con 2 dischi in cui racchiudevano le loro anime: quella più violenta in Deliverance e quella acustica in Damnation. Ora eccoli tornare con un disco che le racchiude ancora una volta entrambe, prendendo il meglio da una e dall'altra per creare un prodotto veramente ottimo. Già guardando la tracklist e le durate si capisce che abbiamo di fronte un tipico album alla Opeth. Infatti la durata media dei pezzi si aggira sui 8/9 minuti, per un totale di 66 minuti divisi in 8 tracce.
L'inserimento di Per Wilberg alle tastiere ovviamente si fa pesantemente sentire e anche questo non fa che aumentare, nel suond della band, la componente prog settantiana grazie a suoni di hammond che sembrano uscire da un disco uscito negli anni '70. Infatti quest'album vede l'anima più sperimentale ritornare prepotentemente (come già era successo, anche se in percentuale minore, su Blackwater Park) rendendo ancora più sfaccettato il prodotto finale. Il sound tipico Opeth non viene certo snaturato, anzi è sempre riconoscibilissimo nelle parti acustiche e malinconiche e nel profondo growl di Åkerfeldt, ma viene arricchito da parti più "psichedeliche" che si alternano a lunghe fughe strumentali, richiami al jazz che si mescolano con semplici ma efficaci melodie. La parte metal è un po' più limitata rispetto agli altri lavori ma comunque sempre presente e potente, piazzata in maniera perfetta all'interno delle varie composizioni. Perfetta sintesi di questa ennesima evoluzione della band è The Baying of the Hounds, che nei suoi 10 minuti di lunghezza riesce a racchiudere in se tutte le caratteristiche di questo lavoro. Åkerfeldt è ancora una volta migliorato come cantante e la sua voce pulita, riconoscibilissima tra mille, diventa protagonista, tessendo linee particolari ottimamente interpretate. Il lavoro in fase solista di Lindgren e dello stesso Åkerfeldt è come sempre curato nei minimi dettagli, regalandoci così soli e melodie particolari. Curatissima è anche la sezione ritimica e così come lo sono gli arrangiamenti.
L'opener Ghost of Perdition si riallaccia un po' a quanto già proposto su Blackwater Park e funge da ponte tra i due album, quasi a voler riprendere un discorso interrotto. Le ottime strutture dei brani e le sempre cangianti atmosfere permettono ai pezzi di non annoiare, ma di crescere ascolto dopo ascolto. Infatti anche gli 11 minuti di Reverie/Harlequin Forest sembrano volare, grazie a soli, melodie, parti vocali e stacchi acustici che continuano a tener viva l'attenzione dell'ascoltatore. Due le ballad presenti, ovvero Hours of Wealth, in cui la voce diventa assoluta protagonista, capace di farci viaggiare con la mente tanto è piena di pathos e carica di sentimento, e la conclusiva Isolation Year, perfetta conclusione di questo lungo viaggio pregno di malinconia ma con un fondo di speranza. Degna di nota anche la più sperimentale Atonement, con influenze tribali e la potente The Grand Conjuration, in cui la parte metal si fa più presente per creare forse la miglior canzone del disco.
La produzione, come sempre ottima, mette in risalto le ottime capacità tecniche della band, in particolare del batterista Lopez autore di una prova immensa così come quella del cantante Åkerfeldt.
In conclusione ecco l'ennesima evoluzione degli Opeth, che come poche altre band sà progredire album dopo album, toccando sempre nuovi lidi. Consigliato a tutti gli amanti della musica di classe.

Recensione di Simone Bonetti

tracklist

  1. Ghost of perdition
  2. The baying of the hounds
  3. Beneath the mire
  4. Atonement
  5. Reverie/Harlequin forest
  6. Hours of wealth
  7. The grand conjuration
  8. Isolation years

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