Avevamo lasciato gli Opeth 2 anni fà con 2 dischi in cui racchiudevano le loro anime: quella più
violenta in Deliverance e quella acustica in Damnation. Ora eccoli tornare con un disco che le
racchiude ancora una volta entrambe, prendendo il meglio da una e dall'altra per creare un
prodotto veramente ottimo. Già guardando la tracklist e le durate si capisce che abbiamo di fronte
un tipico album alla Opeth. Infatti la durata media dei pezzi si aggira sui 8/9 minuti, per un
totale di 66 minuti divisi in 8 tracce.
L'inserimento di Per Wilberg alle tastiere ovviamente si fa pesantemente sentire e anche questo
non fa che aumentare, nel suond della band, la componente prog settantiana grazie a suoni di
hammond che sembrano uscire da un disco uscito negli anni '70. Infatti quest'album vede l'anima
più sperimentale ritornare prepotentemente (come già era successo, anche se in percentuale minore,
su Blackwater Park) rendendo ancora più sfaccettato il prodotto finale. Il sound tipico Opeth non
viene certo snaturato, anzi è sempre riconoscibilissimo nelle parti acustiche e malinconiche e nel
profondo growl di Åkerfeldt, ma viene arricchito da parti più "psichedeliche" che si alternano a
lunghe fughe strumentali, richiami al jazz che si mescolano con semplici ma efficaci melodie. La
parte metal è un po' più limitata rispetto agli altri lavori ma comunque sempre presente e
potente, piazzata in maniera perfetta all'interno delle varie composizioni. Perfetta sintesi di
questa ennesima evoluzione della band è The Baying of the Hounds, che nei suoi 10 minuti di
lunghezza riesce a racchiudere in se tutte le caratteristiche di questo lavoro. Åkerfeldt è ancora
una volta migliorato come cantante e la sua voce pulita, riconoscibilissima tra mille, diventa
protagonista, tessendo linee particolari ottimamente interpretate. Il lavoro in fase solista di
Lindgren e dello stesso Åkerfeldt è come sempre curato nei minimi dettagli, regalandoci così soli
e melodie particolari. Curatissima è anche la sezione ritimica e così come lo sono gli
arrangiamenti.
L'opener Ghost of Perdition si riallaccia un po' a quanto già proposto su Blackwater Park e funge
da ponte tra i due album, quasi a voler riprendere un discorso interrotto. Le ottime strutture dei
brani e le sempre cangianti atmosfere permettono ai pezzi di non annoiare, ma di crescere ascolto
dopo ascolto. Infatti anche gli 11 minuti di Reverie/Harlequin Forest sembrano volare, grazie a
soli, melodie, parti vocali e stacchi acustici che continuano a tener viva l'attenzione
dell'ascoltatore. Due le ballad presenti, ovvero Hours of Wealth, in cui la voce diventa assoluta
protagonista, capace di farci viaggiare con la mente tanto è piena di pathos e carica di
sentimento, e la conclusiva Isolation Year, perfetta conclusione di questo lungo viaggio pregno di
malinconia ma con un fondo di speranza. Degna di nota anche la più sperimentale Atonement, con
influenze tribali e la potente The Grand Conjuration, in cui la parte metal si fa più presente per
creare forse la miglior canzone del disco.
La produzione, come sempre ottima, mette in risalto le ottime capacità tecniche della band, in
particolare del batterista Lopez autore di una prova immensa così come quella del cantante
Åkerfeldt.
In conclusione ecco l'ennesima evoluzione degli Opeth, che come poche altre band sà progredire
album dopo album, toccando sempre nuovi lidi. Consigliato a tutti gli amanti della musica di
classe.
Recensione di Simone Bonetti
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