Gli Opeth sono sempre stati il gruppo di riferimento per tutte quelle band che hanno provato a mischiare
una radice death metal con una matrice progressive molto accentuata. Sin dal lontano 1995 la band capitanata dallo svedese Akerfeld
ha confezionato ottimi dischi pieni di phatos tecnica, brutalità e sentimento. Ma poi le cose sono cambiate. La band ha, disco dopo disco, abbandonato
la parte tipicamente death del loro sound, e lentamente la creatura Opeth è diventata qualcosa di nuovo. L’amore mai nascosto del mastermind
Michael Akerfeld per alcune sonorità prog anni ’70 ha preso il sopravvento, e oggi con Pale Communion la metamorfosi ha raggiusnto
la completezza.
Otto tracce di pura emozione: è questo che gli Opeth ci regalano con questo lavoro, ricco di melodie mai banali, ottime voci pulite
e la consueta tecnica strumentale sugli scudi. Sicuramente questo disco subirà molte critiche dai fan di vecchia data, perchè qua growl,
doppia cassa e amenità simili non esistono. La larva Opeth si è totalmente trasformata, diventando un magnifico ibrido di rock settantiano,
metal di classe mai estremizzato, con canzoni che arrivano direttamente a muovere i sentimenti dell’ascoltatore, come una sorta di
Porcupine Tree più rocciosi, dove le melodie acustiche rappresentano uno dei punti forti del platter.
Tanta melodia, mai fine a se stessa, a volte nascosta e mai di immediata percezione, incastri ritmici progressive delicati, mai esasperati o esageratamente complicati
Pale Communion è un piccolo capolavoro per chi scrive. Un disco da ascoltare con la mente aperta, senza pregiudizi legati alla storia della band svedese.
Gli echi del grande Steven Wilson sono presenti per tutto il disco, (Wilson ha sempre collaborato con il combo svedese), e la cosa che più mi ha colpito è la facilità con
la quale le canzoni centrano il bersaglio, con una naturalezza nella composizione quasi disarmante. Come detto, stiamo parlando di prog,
ma è un lavoro mai ostico nella comprensione, dove l’ottima tecnica strumentale è sempre al servizio del pezzo e non viceversa( un plauso in particolare alla sezione ritmica,
ed in particolare al bassista Mendez).
E poi la calda voce di Akerfeld: moderno cantastorie, moderno poeta che ha saputo lentamente evolversi ed evolvere il progetto Opeth verso lidi più tranquilli ma non per
questo meno interessanti.
Per chi scrive questo album non è stata una sorpresa, anzi aspettavo con ansia questa virata finale nelle intenzioni della band. Poco tempo fa il buon Michael aveva
annunciato la sua dipartita dal suo ottimo progetto death Bloodbath, e questo era stato il sintomo della sua separazione totale verso quel tipo di estremismo sonoro.
Un album completo Pale Communion. Un disco da ascoltare nella propria stanza, al buio, in cuffia.
Un piccolo capolavoro, che in otto pezzi diventa la rampa di lancio della seconda vita di questa splendida creatura musicale chiamata Opeth.
Recensione di Manuel Molteni
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