Dalla “Parabola Del Figliol Prodigo”: Luca 15, 22-23.
“Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa.”
No, non fraintendete questo incipit, magari accostandolo al nome del sito, non siamo diventati degli invasati di “White Metal”, ho riportato questo estratto biblico perché mi sto chiedendo se anche i padri dei Prodigal Sons, sentendo il disco d’esordio dei loro figlioli, hanno scannato il vitello più grasso per festeggiare, ma, anche se non fosse, di sicuro un bel piattone di casonsèi o di trippa alla camuna non gli e l’ha levato nessuno!
I cinque bresciani infatti, dopo quasi sette anni di attività e ben due demo, arrivano a “On Our Last Day”, primo full length, naturalmente sotto My Greaveyard, confermando e rimarcando ciò che di buono chiunque può aver detto, sia vedendoli dal vivo che ascoltando le prime e più acerbe produzioni.
Con “1.9.8.4.” intro di Orwelliana memoria, si apre al meglio quello che è stato il frutto di anni di gavetta, che ha portato al conseguente affinamento di tecnica e struttura dei pezzi, sempre brandendo lo scudo di un elegante Heavy Metal, in bilico tra cavalcate Maideniane, pathos proprio dei migliori Virgin Steele e, perché no, dell’incisività di classe dei Crimson Glory, omaggiati con una cover da pelle d’oca di “Red Sharks”, immortale anthem della band di Sarasota (Florida), nella quale il singer Gabriele Tura riesce nell’arduo compito di non sfigurare dinnanzi ai mitologici acuti del mai troppo compianto Midnight (R.I.P.).
Rodati ed affilati come la punta di una lancia achea, i nostri riescono a lucidare le scintillanti armature che ricoprono pezzi quali “V” o la già nota “Banquet To The Gods” (dove fa capolino l’ascia degli Axevyper Guido Tiberi), per non citare “Let Us Speak”, nella quale la melodia prevale sull’irruenza, mostrandoci da subito tutti i lati nei quali i Prodigal Sons eccellono, ovvero essere abili nel forgiare brani dal duplice volto, battagliero ed Heavy il primo, più sognante il secondo, interfacciati grazie al diverso stile dei due chitarristi, Daniele Galante roccioso e tagliente e Andrea Folli dal gusto più barocco e settantiano.
Dato che passaggi a vuoto non ne esistono in questo “On Our Last Day”, è doveroso toccare anche le seguenti “Deception From Heaven” ed il suo squisito mid tempo, recitato al meglio dall’aggraziata ugola di Gabriele, o ancora “Zeus” che si conferma punta di diamante del song book del quintetto lombardo, corale ed incalzante, mette in mostra anche le abilità della sezione ritmica formata da Massimiliano Luterotti al basso e da Matteo Tura, fratello del cantante, dietro le pelli, le quali, per dovere di cronaca, se da un lato sono percosse in modo assolutamente impeccabile ed in linea con lo stile del gruppo, d’altro canto avrebbero necessitato di un suono più corposo e curato (unico minuscolo appunto dinnanzi alla prova di forza dei Figlioli Prodighi).
Non manca nemmeno una potenziale hit quale “On Our Last Day”, title track melanconica e sognatrice, costruita sul soffice giro di piano affidato allo stesso Matteo, che stende un tappeto rosso per l’ennesima standing ovation dedicata a Gabriele, biglietto da visita sempre più lusinghiero per i lombardi.
Avviandoci verso la fine di un disco che, credetemi sulla parola, non stanca mai, se non l’indice col quale si preme il tasto “play”, c’è spazio anche per il riffing orientaleggiante, apripista della discesa libera di “The Sacred Land”, impreziosita dal cameo vocale del guest John Falzone (Steel Assassin), che mostra tutti i muscoli dei Prodigal Sons, pestando sodo ma mai dimenticando il filo conduttore dell’opera, che poggia solido sull’altare della Melodia.
La piccola suite di “I Dream Of Hope”, che per costruzione farebbe impallidire acts ben più blasonati e la già decantata riproposizione di “Red Sharks” chiudono un altro album grazie al quale la “scena” Heavy italica dovrebbe (condizionale d’obbligo!) sentirsi più orgogliosa e coesa, riconoscendo solo meriti a questa giovane ma senza dubbio talentuosa unione chiamata Prodigal Sons.
Menzione obbligatoria per il magnifico ed azzeccato art work a cura di Andrea Folli, che a quanto pare, oltre che chitarrista dalle indiscutibili doti, possiede anche una vena artistica non indifferente.
Fiducioso che i Prodigal Sons, come altre bands nostrane contemporanee, possano essere ricompensate con partecipazioni live anche all’estero, esorto prima di tutto i fans dell’ Heavy Metal “casalinghi” all’acquisto del platter in questione, di certo non sfigurerà affatto da parte a tonnellate di prodotti tanto pompati quanto inutili che appesantiscono gli scaffali dei discografici, anzi, “On Our Last Day” dovrebbe ritagliarsi uno spazio a fianco di titoli dal peso specifico elevato, un piccolo-grande esordio di un (già!) piccolo-grande gruppo!
Recensione di Alessio Aondio
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