Due nominations ai Grammy Awards vorranno pur dire qualcosa, e i Belladonna, per i sacrifici fatti e per l’amore che hanno per la musica e l’arte se le sono proprio meritate, portando alto il tricolore in terra d’oltreoceano e facendo conoscere l’aspetto piu’ umbratile e fosco dell’animo nostro.
Luana Caraffa e Dani Macchi, i principali master mind di quest’opera ci trasportano nel loro mondo; un mondo fatto da rarefatte atmosfere, e da fumosi club, da desolanti periferie immaginarie e reali, da desolate pianure piu’ ampie dello sguardo che cercano di abbracciale, di malinconie e di rabbia repressa, in una parola in quello che loro definiscono “rock noir”.
C’è tanto, tantissimo materiale su cui discettare in questo cd, ci sono emozioni caleidoscopiche, passaggi di una dolcezza disarmante come strazianti urla di dolore, di disperazione di fronte ad un mondo che indifferente continua a girare; da atmosfere cinematografiche care alla Hollywood piu’ avanguardista e sperimentale a visioni piu’ pink floydiane della musica, con assoli liquidi che trasportano l’ascoltatore oltre l’orizzonte, con la voce di Luana che su tutto getta la propria luce; una voce quella di Luana vicina a Patti Smith o alle interpretazioni piu’ intimiste di Anneke van Giersbergen o alla sottile voce malinconica di Kari Rueslåtten, indimenticata voce dei 3rd and the mortal ora alle prese con una carriera solista anni luce lontana dal metal.
Quest’opera è uno “stream of consciousness” come la potrebbe definire Joyce, una flusso di emozioni diverse, da passaggi piu’ soffusi come “last night i died” o “morning star blues” a momenti piu’ graffianti come “I feel life” o “be my star” a mix di tutto cio’ come in “my sweet nepenthe” o “you and I are one”.
Una produzione di questo genere sulle nostre amate pagine ben poco ha a che fare ma, la qualita’ e la forza che questo gruppo ha dimostrato e dimostra negli anni e con quest’ennesima prova, il giusto tributo deve essere doveroso nei confronti di chi ama fare arte e musica al posto di pensare solo a fare “cassa”.
Recensione di Lorenzo C.
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