Ad un anno e mezzo dall'ottimo debutto "Sacrifice", tornano a farsi sentire gli svedesi Seventh One con un secondo secondo full leght, registrato tra gennaio e luglio 2004 presso i Tornado Studios di Amburgo. La loro proposta resta quella di un ottimo power con richiami anni '80.
"What Sholud not Be" è il titolo del lavoro. E già il titolo potrebbe essere inteso con "cosa non dovrebbe essere" questo album e cioé il classico album power vuoto che tanto sa di sentito e risentito ed a cui siamo stati abituati negli ultimi anni, provocando così una sorta di insofferenza e diffidenza nei confronti di band emergenti che propongono questo genere. Nonostane che "Sacrifice" già si attestasse su ottimi livelli gli svedesi superano loro stessi, migliorano il riffing, aumentando la presenza delle personali backing vocals del chitarrista Johannes Losbäck che, con la sua voce dalla timbrica roca e graffiante rievoca un cantato tharsh di matrice teutonica confererendo quel tocco di originalità in più alla proposta della band. Ed ecco che allora già con la opener "Eyes of The Nation" potrei azzardarmi a parlare di un sound alla "Seventh One". In questo brano sono infatti contenuti tutti gli elementi appena citati. Nella successiva "How many Years" è presente in grande misura l'utilizzo della voce di Losbäck sia come backing che come ritornello. La peculiarità dell'album sta in una proposta variegata di brani personali, indipendenti l'uno dall'altro. Per cui ci troveremo davanti ad una "Mercenaries Call" dove il drummer Tobias dovrà ridurre la velocità per lasciare il dovuto spazio alle linee vocali del singer Rino Fredh, a delle malinconiche ballad come "Awaken Vision" ad a canzoni che come la title track invece lasciano che i battiti del metronomo aumentino riportando l'ascoltatore sulla terra pronto per scatenarsi in un furioso headbunging. Molto interessante è il testo di "Where infinity End", con richiami alla città di Gerusalemme ed alla tragendia che si verificò 2000 anni fa, segno che siamo davanti ad una band matura non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello del songwriting.
Una band completa che si merita di trovare uno spazio degno di nota all'interno del panorama Heavy Metal. Il compito di concludere il capolavoro spetta ad una ballad in middle tempo, "Shattered Glass" al termine dalla quale purtroppo l'ascoltatore proverà un senso di vuoto come se gli fosse venuto a mancare qualcosa. No problem basterà premere ancora il tasto Play e far ripartire il cd, cosa che il sottoscritto ha appena fatto.
Recensione di Paolo Manzi
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