I Winterborn ritornano sul mercato con il secondo full-leight di carriera dopo il debutto targato 2006 initolato “Cold Reality”. La band finlandese nel frattempo ha subito avvicendamenti al basso ed alla batteria con i nuovi innesti Pasi Kauppinen (in realtà il suo è un ritorno) e Lauri Bexar ben amalgamati nel heavy metal melodico del nuovo album assieme a Antii Hokkala, chitarrista nuovo di zecca che va a far coppia con Pasi Vapola. Il sound del sestetto scandinavo nel frattempo si è leggermente indurito affiancando all’heavy melodico non privo di sfumature hard rock, power e prog degli esordi alcuni accenni thrash metal. La compattezza del gruppo è migliorata con una coppia d’asce ispirata e tastiere mai invadenti seppur determinanti nell’aumentare in più di un occasione l’intensità delle canzoni. Il singer Teemu Koskela confeziona una prova nel complesso positiva grazie ad una timbrica sufficientemente potente riconducibile a tratti a quella del ben più blasonato Russel Allen, tuttavia il front-man finnico mostra ancora qualche incertezza allorchè si cimenta in partiture lente che richiedono maggior tecnica ed espressività come “Overture 1939”. “Farewell To Saints” è un disco accettabile dal punto di vista qualitativo che riesce parzialmente a distogliere gli sguardi da paragoni indiscreti con i vari Masterplan, Thunderstone, Mob Rules e perché no Symphony X, grazie ad una serie di pezzi dinamici e accattivanti come la coppia d’apertura “Black Rain” e “Chaos Dwells Within” o con canzoni più varie che incorporano elementi sinfonici e strutture progressive come la maligna “Nightfall Symphony” o la conclusiva “Another World”.
Purtroppo i Winterborn non riescono a mantenere alta l’attenzione per tutto il disco accusando più di un calo all’interno della tracklist, riscontrabile ad esempio nella banalità di “Last Man Standing” e negli arrangiamenti superficiali di “The Winter War”, difetti che uniti alla mediocrità delle varie “Land Of The Free” e “Seven Deadly Sins”, frenano gli entusiasmi di un gruppo dal discreto potenziale ancora da sgrezzare per poter catturare l’attenzione all’interno di una scena così affollata e competitiva come quella heavy melodica.
Recensione di Teospire
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