A distanza di 6 lunghissimi anni (almeno per i loro fans!), esce il successore di "Violence", quarto capitolo della saga Dark Quarterer, gruppo livornese dedito ad un prog intriso di atmosfere epico-metalliche.
Il presente della band capitanata da Gianni Nepi si chiama "Symbols", non un vero e proprio concept ma, un disco con un unico filo conduttore, quello di raccontare nell'arco delle varie canzoni le imprese compiute da alcuni dei piu' celebri personaggi storici di varie epoche, compito alquanto ambizioso penseranno in molti ma, si sa che i Dark Quarterer quando il metal parlava solo di sbronze, sesso e defenders, erano gia' impegnati in profezie etrusche et similia...
Questa passione smisurata per la storia, che la band non ha mai negato di avere, impregna in modo sublime le 6 gemme delle quali si compone il nuovo "Symbols", allora si parte con l'introduttiva "Wandering in the dark" che narra le vicende del faraone Tutankhamon tra venerazione e odio, le atmosfere dell'antico Egitto vengono rievocate anche grazie alla tastiera del buon Francesco Longhi e la rabbia del faraone viene trasformata in anatema dal Nepi che alterna acuti a parti recitative.
Si prosegue con "Ides of march", pezzo marziale sulle ultime ore di Giulio Cesare,un epica cavalcata che supera i 10 minuti per raccontare la congiura che colpi' il grande imperatore romano,la terza traccia invece, "Pyramids of skulls", parla dei guerrieri mongoli e del loro condottiero Gengis Khan, spietato conquistatore, che supportato dalle note della band, elucubra su come diventare il creatore di un enorme impero, creando un brano dall'intenso crescendo metallico.
La quarta canzone, e' un lamento nel quale il vocalist Gianni Nepi ricorda di come "The blind church" appunto, abbia prima osannato e poi condannato Giovanna D'arco, passata dal condurre la Francia alla liberta', all'essere ritenuta una strega...
Sfogliando il libro di storia dei Dark Quarterer ci si imbatte anche in Kunta Kinte, cacciatore divenuto preda, al quale dovettero mozzare il piede per evitare che fuggisse ma, al quale non riuscirono mai a mozzare l'orgoglio, come si evince anche dal ritmo tribal-battagliero di Paolo Ninci che introduce il brano.
Questa lezione di storia sotto forma di musica si conclude con il pezzo "Crazy white race", non e' altro che una preghiera del fiero Geronimo, che si rivolge a Manitou per aiutare il popolo indiano a scacciare gli invasori yankees dalle loro terre.
E' inevitabile dilungarsi nel descrivere un'opera cosi' ben strutturata e scritta come questo "Symbols", che non fa che accrescere la stima verso una band sicuramente di culto ma che purtroppo non ha mai ricevuto riscontri pari ai propri meriti, complice forse il genere, mai scontato e che necessita di attenti ascolti prima di essere assimilato.
Menzione finale anche per la fruibilita' dei nuovi brani in sede live, che a dispetto della lunga durata, riescono ugualmente a coinvolgere e a catalizzare l'attenzione delle orecchie dei fans!
Per quanto mi riguarda non mi resta che ringraziare la band di Piombino per averci regalato delle vere emozioni grazie alla loro musica oltre che, ovviamente, un sano ripasso della storia, che non fa mai male...
Recensione di Alessio Aondio
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