Quando mi sono visto arrivare il nuovo album degli Helloween non è che mi aspettassi granchè viste le ultime release (“Rabbit Don’t Come Easy” in particolare), anche se dopotutto il terzo Keeper, nulla a che vedere, sia chiaro, con i due capolavori che portano quel nome, lasciava invece intravedere qualcosa di buono. Devo dire invece che “Gambling With The Devil” mi ha piacevolmente sorpreso, e non mi sarei aspettato un album così dalla band di Deris e Weikath.
Dico che sono sorpreso dalla qualità e dal buon impatto che dà questo disco fin dal primo ascolto, riprendendo in parte le sonorità più pesanti del sottovalutato “The Dark Ride” e fondendole con lo stile del precedente “Better Than Raw”, il tutto riletto alla luce di quanto visto invece nell’ultimo lavoro, con risultati veramente interessanti.
Dopo l’intro “Crack The Riddle” dove Biff Byford dei Saxon ci accompagna all’ascolto dell'album, si entra subito nel vivo con “Kill It”, e si viene immediatamente travolti dai riff graffianti del duo Weikath/Gerstner e da un Deris che sfoggia un’aggressività spiazzante che ci riporta indietro di anni a tempi già migliori per la band di Amburgo. Le melodie aggettanti e l’ottimo lavoro delle due chitarre fanno di questa canzone un grande inizio, non c’è che dire!
Se qui si può continuare a pensare “si bè, anche gli Helloween ogni tanto possono fare ancora qualche buon brano”, allora a conferma della ritrovata vena creativa della band ecco “The Saints”, un vero capolavoro in prospettiva live, a partire dalle melodie, proseguendo col ritornello, ancora le schitarrate della parte centrale, ed infine le ritmiche dettate dalla batteria di un Dani Löble in gran forma. Se dovessi scegliere un pezzo che rappresenti gli Helloween di oggi senza dubbio farei ascoltare “The Saints”!
A seguire c’è il singolo “As Long As I Fall”, da cui è stato girato il primo video estratto da quest’album, che con le sue melodie catchy e la sua immediatezza si presta perfettamente allo scopo, una canzone trasognata che prende subito l’ascoltatore. “Paint A New World” dà ancora un’esempio dell’energia che riesce a scaturire la band quando tutti gli ingranaggi girano in perfetta sincronia, un brano che se possibile si potrebbe accostare per certi aspetti ai primi Masterplan, e dove protagonisti sono la velocità di Löble, schiacciasassi alla batteria, ed il solo di Gerstner, oltre al solito ritornello di facile presa.
Dopo “The Saints”, altro masterpiece di questo disco è “Final Fortune”, semplicemente esaltante (ed inaspettato a dire il vero) è ancora una volta il lavoro delle due chitarre, che unito all’immediatezza del refrain e ad una composizione sopra le righe danno sicuramente un buon un valore aggiunto a questo pezzo. La successiva “The Bells Of The 7 Hells”, a parte confermare la passione per la band per il numero sette, apre il trio di brani considerato centrale per le tematiche dell’album, una valutazione critica della mancanza di ideologie, sostituita dalla cieca obbedienza. più aggressiva e complessa delle precedenti è meno coinvolgente, ma non per questo da scartare.
“Fallen To Pieces”, introdotta dal piano che silenziosamente si insinua di tanto in tanto nei brani dell’album, poteva stare benissimo su un album come “The Dark Ride”, e si distingue invece per le sue atmosfere più ariose (salvo qualche accelerata), in cui sembra trovarsi molto a suo agio l’ugola di Deris. Il gioco di parole di “I.M.E.” ci porta invece su soluzioni molto più pesanti ed heavy, con risultati interessanti che lasciano aperte nuove strade per la band, la quale, come ha dimostrato, ama di tanto in tanto sperimentare sonorità un pò diverse da quelle abituali.
Passiamo così a “Can Do It”, canzone che con quest’attitudine tipicamente (fin troppo) happy, non può venire da nessuno se non dagli Helloween di Deris, alcuni la apprezzeranno, altri, come il sottoscritto, possono scegliere tra molti altri brani migliori nel disco. Dopo questa parentesi particolarmente “felice”, ecco una strabordante “Dreambound”, che ancora lascia stupiti coi suoi riff accattivanti, e pigiando sull’acceleratore fa ancora una volta centro col solito coro del refrain ad impatto.
Alla fine a chiudere “Gambling With The Devil” ci pensa “Heaven Tells No Lies”, classico pezzo per quella che è la band negli ultimi anni, o almeno per quello di positivo che ha fatto la band di recente, dove il lungo assolo e in generale l’accoppiata dei due chitarristi si dimostra di nuovo vincente.
A quanto pare il ritorno dall’ultimo, lunghissimo, tour ha galvanizzato la band a tal punto da farle ritrovare quell’ispirazione che nei lavori recenti sembrava smarrita, sfoderando un album che sarà veramente difficile mettere in discussione, dinamico, fresco, e mai scontato. Un plauso va anche al sempre ottimo lavoro di produzione di Charlie Bauerfeind, mentre una piccola critica andrebbe fatta a Martin Häusler per la realizzazione della cover, dall’aspetto un pò “pacchiano”. Una curiosità per i fans: nel booklet dell’album (la cui edizione limitata conterrà altre due tracce bonus) un fortunato potrà trovare un biglietto per il tour sudamericano della band, con tanto di volo e alloggio pagato. Chi vincerà la scommessa col diavolo? Cose che di solito si vedono solo nei film.
Recensione di Marco Manzi
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